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Crisi dell’Ippica o crisi dello Stato? - di Massimo Disnan
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Da diversi anni ormai si assiste al solito copione: causa il drammatico calo delle scommesse si rende necessaria drastica diminuzione del montepremi. Tra l’indifferenza generale dei media, e quindi dei politici, le diverse categorie ippiche, questa volta unite, proclamano lo sciopero delle corse. Sempre nell’indifferenza generale lo sciopero va avanti. Gli ippici chiedono l’intervento dello “Stato assistenziale” per coprire il buco nel montepremi e per garantire i montepremi futuri. Strana situazione questa, ma non dissimile a quella di altre realtà gestite in prima persona dallo Stato. Dopotutto la vicenda “Alitalia” è li a ricordarcelo con tutta la sua evidenza. Non possiamo dimenticare che il finanziamento del montepremi è prelevato dalle scommesse, e le scommesse sono gestite dallo Stato attraverso il Ministero delle Finanze. Anche l’organizzazione del settore ippico è gestita dallo Stato attraverso l’Unire, emanazione diretta del Ministero delle Politiche Agricole. C’è bisogno di ribadirlo? Sulle scommesse lo Stato preleva un determinato importo che poi distribuisce, dopo essersene trattenuta una buona parte, dividendolo tra montepremi e oneri di gestione dell’Unire. Inoltre lo Stato, non sazio, tassa ancora le vincite del montepremi in quanto costituiscono reddito personale o societario a tutti gli effetti. Se fossero facilmente reperibili i dati relativi alle scommesse e alla distribuzione del prelievo negli anni si potrebbero fare interessanti ragionamenti e magari trovare soluzioni per migliorare e rendere più funzionale allo scopo dell’Unire (promozione dell’ allevamento dei cavallo e non promozione di se stessa), la distribuzione delle risorse. Cosa fare, allora, per cercare di aumentare le risorse? Allevatori, proprietari, allenatori e fantini/driver in questi anni hanno fatto il loro dovere, producendo cavalli di valore internazionale, e impegnandosi (sostenendone gli oneri), in un numero di competizioni che via via è progressivamente aumentato (così come del resto il numero di partenti). Solo pochi ippodromi invece si sono spesi e si impegnano per migliorare i propri servizi agli operatori e agli spettatori (il cui numero è costantemente in calo). D’altro canto molti ippodromi e centri di allenamento, per la loro collocazione, sono sotto le mire di interessi diversi da quelli propriamente ippici. Vinovo (che tra i suoi azionisti annoverava l’ormai ex commissario Unire conte Melzi d’Eril) è già stato sacrificato, San Siro viene tenacemente difeso ma ancora per quanto tempo? Lo Stato cosa fa e cosa ha fatto per contrastare il calo delle scommesse ippiche, se non favorire nuovi giochi sui quali gli incassi sono “entrate pulite” con utili da dividere con i soli concessionari? Il montepremi alle corse, invece, che di fatto diminuisce “l’utile” delle scommesse ippiche, funge da volano per un intero settore che occupa 50-60 mila persone. Lo Stato cosa fa e cosa ha fatto per avvicinare e promuovere l’ingresso di nuovi soggetti o appassionare nuovi spettatori. Quello che è un termine di moda, il marketing, non dovrebbe essere di competenza dell’ Unire (Stato)? Invece le uniche volte che l’ippica finisce in televisione, fatta eccezione per pochissime corse, è per riportare notizie di cavalli dopati e maltrattati o per riportare di competizioni clandestine legate all’ambiente mafioso o camorristico, che naturalmente sono ambienti dove abbondano proprietari di cavalli da corsa. Non dovrebbe essere sottovalutato il fatto che una corretta e sana gestione finanziaria e organizzativa potrebbe fungere invece da leva finanziaria per attirare capitali esterni al giro delle scommesse, consentendo lo sviluppo di un settore che già così com’è consente l’occupazione, come detto, di migliaia di addetti, e potrebbe, sull’esempio di altri Paesi (Inghilterra, Irlanda, Francia ….), diventare un settore trainante per l’intera economia nazionale. Spes Ultima Dea!!!! |
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